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Miracolo in Piazza Brin

Storie dell'umbertino, 1. Di Alberto Scaramuccia

Miracolo in Piazza Brin

- A volte succedono cose senza spiegazione e che se le racconti, sembri un contafrottole. Però questa che sto per dire compare sul Secolo XIX di martedì 26 marzo 1935 dove si riferisce di quanto successo il giorno precedente in piazza Brin.
Era un caldo mattino di primavera, il sole scaldava invitando la gente a uscire per godere del bel tempo che finalmente arrivava a stemperare il freddo dei giorni precedenti.
Strimpellando sulle sue stampelle, arrivò lentamente ad accomodarsi su una panca Mario (uso un nome di fantasia) che s'era trascinato fin lì dalla sua abitazione di via Roma (taccio il numero).
Mario, poraccio lui, era paralitico dalla nascita e l'unico divertimento di cui aveva fino a quel momento goduto, era stato proprio quello di vedersi passare la vita seduto sui sedili di ferro della piazza. Ascoltava i discorsi degli altri, partecipava attento alle storie d'amore che chi non aveva la sua sfortuna poteva raccontare, vedeva con invidia gli amici alzarsi e correre: per giocare a pallone, per andare al mare, per un ballo ad una sagra. Lui scuoteva il capo, ricacciava giù il groppo che gli saliva in gola e quando il campanone batteva il rintocco, tornava lento al desco che la mamma gli aveva apparecchiato. Giornate anonime, un andazzo monotono e triste che nulla e nessuno poteva scuotere.
Almeno fino a quel lunedì mattina.
Mario s'era appena seduto sul suo trono di ferro quando dal portone della casa di fronte vide uscire una signora dall'aspetto meraviglioso. Alta, bionda, slanciata, con ogni cosa al suo posto, avanzava verso di lui, sorretta da un paio di tacchi che fino ad allora Mario aveva visto solo al cine, e la riga nera delle calze calata a piombo fino dove cominciava la scarpa. Il giornale non spiega come fu. Dice solo che Mario, dimentico all'improvviso dell’infermità, scattò in piedi con un balzo solo, tirò un bel respiro (questo lo aggiungo io) e, prima volta nella sua esistenza, abbandonò le grucce per correre incontro alla signora. Scopo: tentare di abbracciarla. Mentre le stampelle appoggiate alla panchina assistevano felici alla prodezza, la signora alzò un urlo al cielo tale che tutte le rondini garrirono là in alto e fece accorrere lo sposo a difendere l'onore suo e la virtù della sua signora. Pugno levato, l'uomo mosse contro Mario. Questi, vedendolo, non essendo uso alla lotta, accantonò all'istante la frenesia d'amore per sprintare verso corso Cavour e far perdere le tracce all'infuriato consorte.
Come finì, il giornale non dice. Forse Mario fingeva una malattia per godere di una pensione, o fu miracolo o chissà che cosa. Sta di fatto che non se ne sa più niente.
La fantasia suggerisce che sia tornato a casa di sera, accolto dalla madre più che preoccupata. “Maio, t-ei grande, fa' l’omo!” “A mae, ma te lo capissi k'i-è propio quer ke volevo fae?”
Storia incredibile, successa in una piazza che non è dei miracoli, ma poco ci manca.
La storia l'ho già detta, ma mi piace ripeterla. Che volete? È il fascino dell'Umbertino.

(continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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