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Quando il Museo Navale da Genova traslocò qui

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
Quando il Museo Navale da Genova traslocò qui

- Padroni dal 1388 di Nizza, i Savoia lì avevano installato una base navale nella vicina baia di Villefranche. Ad essa diede forte impulso alla fine del '500 il Duca Emanuele Filiberto che i coevi gratificarono del nickname di testa di ferro. Nello stesso periodo in quella sede si cominciarono a raccogliere cimeli e reperti vari che di quella Marina costituirono le testimonianze che attestavano le prime attività sabaude sulle onde. Fu quello l’avvio di un lungo filo rosso che, dipanatosi nei secoli, collega l’iniziale collezione all’odierno Museo navale che si apre in viale Amendola accanto al’ingresso principale dell’Arsenale.

Cifre e statistiche ci dicono che oggi quei locali sono frequentati da un numero crescente di visitatori, non solo indigeni ma anche provenienti da più parti del mondo. Ad attrarli è la bellezza di quanto è lì esposto, somma di reliquie laiche che non possono non affascinare per la storia che contengono e per la tecnica spesso raffinata che le contraddistingue.
Un lungo articolo dell’aprile 1927 ci dice che la raccolta andò avanti sia quando i Savoia furono costretti da Napoleone a rifugiarsi a Cagliari, sia quando, tornati nel 1815 a Torino, spostarono la loro base navale a Genova dove Giorgio Des Geneys pose le basi di una moderna Marina da guerra. Contestualmente nella città della Lanterna arrivò anche il Museo che da lì trasloca per l’ultima volta alla Spezia quando qua si erige l’Arsenale.

Scorrendo su quel pezzo di 92 anni fa l’elenco dei cimeli conservati, fra le altre cose, mi ha colpito leggere che vi si conserva il giornale di bordo della fregata Des Geneys. Il libro alla data del 4 febbraio 1834 registra la diserzione di un nizzardo, marinaio di terza classe che si era arruolato con il nome di battaglia (allora si usava così) di Cleombroto, un re spartano. Il tale all’anagrafe faceva Giuseppe Garibaldi ed il particolare, oggi ricordato soprattutto da una ormai dimenticata partitura di Massimo Boario, è difficile da ritrovarsi nelle biografie dell’Eroe dei due mondi.
La storia successiva del Museo è nota: protetto nelle guerre mondiali, riaperto nel ’24 dentro l’Arsenale e nel ’58 al suo esterno, è sempre affollato anche per le intelligenti iniziative di apertura nelle feste comandate come nel recente San Giuseppe.

A mio giudizio, comunque, è importante quell’articolo del 27 di cui ho finora omesso di dire che lo pubblica “Il Comune della Spezia”, rivista ufficiale dell’amministrazione municipale che con il pezzo, ribadendo lo stretto legame che lega la città all’impianto militare, ricuce lo strappo verificatosi nel ‘17.

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