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Ubaldo Mazzini e lo stemma comunale

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Ubaldo Mazzini e lo stemma comunale

- Lunedì 3 giugno 2013 l’allora Sindaco Federici inaugurò nel porticato del Comune il nuovo stemma della Spezia. Le varianti rispetto all’emblema sancito ottant’anni prima erano un fiocco tricolore a unire le fronde di quercia ed alloro e la dicitura “Città della Spezia” al posto di “Comune”. Con la nuova scritta si intendeva rafforzare nei cittadini lo spirito di appartenenza ala città, una bella iniziativa cui purtroppo seguì ben poco.
Il nostro stemma ha una vita lunga, legato all’entità che nei secoli ha raffigurato e di cui in qualche misura ha voluto essere una più visibile rappresentazione.
Nel 1923 lo stemma venne fissato nella figura che si è poi conservata per decenni e che modificava un’immagine che fece discutere assai. Su quel disegno interviene un articolo che il “La Spezia” pubblica proprio il 1 aprile del 1893, l’anno di quando si stabilì il nuovo scudo della Spezia.
È un articolo anonimo, ma non serve la firma per individuarne l’autore in Ubaldo Mazzini che giusto nel finale, lo vedremo a breve, si manifesta in tutta la verve irrisoria di Gamin, il monellaccio briccone che si divertiva a gabbare tutto e tutti.
Dunque, sono quattro le cose che fanno indispettire il nostro Ubaldo. Innanzitutto, mancano le due sigle “C. S.”, Comunità della Spezia, che comparivano negli antichi esemplari: la colonna di San Rocco ed un bassorilievo del 1562 che stava sopra una delle porte della città quando era ancora murata.
La seconda cosa è che sparisce la croce, insegna di Genova cui la Spezia era soggetta, che sovrastava la torre. Questa poi unitamente alla torretta che le è sopra, è munita di una coppia di guardiole, cioè di garitte che negli originali non erano mai state presenti.
Tuttavia, la cosa che maggiormente indigna l’Ubaldo è che la torre “sorga da un mare d’argento, fluttuoso d’azzurro”. Ma la Spezia, insorge esasperato il nostro Mazzini, non è mai “uscita dal mare”, bensì da tre monti e spiega che la variazione è dovuta ad uno “stemmone dipinto su tela” che era stato issato al Selene, lo storico stabilimento di bagni di via Crispi piantato su palafitte in mare davanti all’odierno Provveditorato, “dietro il palchetto del pianoforte nella sala da ballo”. Era stata quella la prima volta che “comparve la torre in guazzo”, un’idea che era piaciuta in Comune ma che era priva di alcun fondamento storico.
Al termine poi il colpo di coda di Gamin che dice che la “povera” Spezia, con l’approvazione del Ministero, era stata messa nell’acqua “per non farle credere di essere all’asciutto”.
Ultima riga beffarda in cui protagonista diventano le casse municipali.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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